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di Biagio Verdicchio

È  la stampa, bellezza, e non puoi farci niente”, diceva Humphrey Bogart nel L’ultima minaccia. Ma stavolta sarebbe il caso di stravolgere la famosa citazione cinematografica. Perché se è vero che quello del giornalista rimane il più bel mestiere del mondo, è altrettanto vero che oggi come oggi è presa di mira la sua libertà, e che ci sono norme e responsabilità da tenere presente. Insomma con le regole, sempre se esse siano chiare e vengano rispettate, non si scherza.

E la Sala Consiliare del Comune di Piano di Sorrento per l’intero pomeriggio di ieri, è stato il luogo deputato per accendere i riflettori sull’argomento e capirci un po’ di più, complice la presentazione del libro Le regole dei giornalisti – Istruzioni per un mestiere pericolo (Il Mulino, 178 pagine, 15 euro) scritto da tre avvocati ed esperti di diritto dell’informazione e della comunicazione, Caterina Malavenda, Carlo Melzi d’Eril e Giulio Enea Vigevani che prova a venire in soccorso di chi ogni giorno è costretto a muoversi tra la necessità di raccontare il vero e la paura di finire in tribunale per citazioni o querele.

Il punto di partenza della serata di ieri, a cui hanno preso parte, intervenendo e raccontando in prima persona avventure e disavventure del mestiere, giornalisti, blogger e operatori del settore della Penisola Sorrentina, è ovviamente il caso Sallusti, la cui vicenda ha scaldato gli animi del mondo dell’informazione che ha reagito con vigore denunciando l’assurdità della condanna al carcere per un giornalista.

Breve riassunto delle puntate precedenti: il direttore de il Giornale ha permesso che sul proprio quotidiano venisse stampato un articolo, scritto da Renato Farina, in cui le circostanze narrate erano false, cioè che un giudice avrebbe “ordinato” di eseguire un aborto su una minore. I fatti, assolutamente falsi, erano squalificanti sia sul piano professionale che su quello umano.

Il direttore, colpevole di avere omesso il controllo dell’articolo prima della stampa, si è poi rifiutato di pubblicare una rettifica e ha detto no anche a un’offerta di transazione consistente in 20.000 euro da devolvere a Save the Children.

Insomma, Sallusti ha fatto tutto quello che normalmente non di dovrebbe fare, ha violato coscientemente la legge in materia che, per quanto difficile da interpretare e lacunosa su molti aspetti, rimane comunque legge. Si potrà sicuramente dibattere a lungo se sia giusto o meno mandare in carcere un giornalista, ma rimane comunque certo che il comportamento di Sallusti è stato quantomeno discutibile per tutta la categoria.

Con il suo comportamento, non ultimo è stato leso anche un altro dei diritti più importanti, quello dei lettori ad essere informati correttamente. Un diritto che anche la Corte Costituzionale ha riconosciuto e che deve essere garantito non solo nelle sue forme di pluralismo, ma anche nella corretta informazione.

Ma la vicenda non si ferma qui. La politica è intervenuta sulla tematica, e lo scorso 15 novembre, con grande sorpresa, il Senato, con un voto a scrutinio segreto, voluto dalla Lega e dall’Api di Rutelli, ha stravolto il ddl faticosamente messo a punto da tutti gli altri partiti per i giornalisti condannati per diffamazione, che intendeva togliere la pena detentiva e sostituirla con una forte sanzione pecuniaria e una più decisa normativa in tema di rettifica, come raccomandato anche dalla Ue. Con 131 sì, 94 no, 20 astenuti è passata la norma “salva-direttori”, un emendamento presentato da Filippo Berselli (Pdl). La norma prevede che – per lo stesso reato di diffamazione – il giornalista vada in carcere fino a un anno, mentre al direttore e al vicedirettore responsabile tocchi solo il pagamento di una multa fino a 50mila euro. Su questo punto il Governo, con il sottosegretario alla Giustizia Antonino Gullo, aveva espresso un parere tecnico di contrarietà..

Lo scontro si è fatto aspro, e da più parti c’è chi ha evidenziato il sadico gioco di una vendetta della “Casta” contro “le macchine del fango” allestite da giornali e giornalisti. Una guerra in cui a perdere – crediamo tutti – sia solo e soltanto il cittadino. E il suo diritto ad essere informato.

Lunedì 26 l’Aula di Palazzo Madama dovrà pronunciarsi nuovamente sull’articolo 1 del Ddl Diffamazione. I giornalisti di tv, radio, agenzie, carta stampata, testate online, uffici stampa erano pronti e avevano già proclamato per quella data uno sciopero generale. Sciopero congelato proprio nella serata, in seguito all’intervento del presidente del Senato, Renato Schifani. L’annuncio del presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Iacopino, sulla sua pagina Facebook confermato poco dopo da una nota della Federazione nazionale della Stampa. Il presidente del Senato ha auspicato  “fortemente che questa iniziativa possa essere differita all’esito del voto finale dell’Aula di Palazzo Madama sul ddl relativo alla diffamazione”. “L’eventuale rinvio della protesta – precisa Schifani – potrà consentire alle organizzazioni sindacali una valutazione complessiva del testo esitato dal Senato, destinato, tra l’altro, a successiva valutazione da parte della Camera dei deputati”. “Tutto ciò – conclude Schifani – costituirebbe garanzia di quel clima di coesione sociale di cui l’Italia ha bisogno”.

Tutto questo è stato analizzato ieri sera, alla presenza dell’Avv. Malavenda, autrice del libro, dei senatori Raffaele Lauro del PdL e Teresa Armato del PD, del giornalista Fabrizio d’Esposito de Il Fatto Quotidiano.

Interventi accorati, protesi a difendere, il ruolo e la figura del giornalista, in un paese, l’Italia, che da un punto di vista della libertà di informazione appare sempre più carent. La metafora posta al  centro del discorso dell’Avvocato Malavenda risulta sicuramente efficace: “Come facciamo a prendere decisioni senza informazione? Senza di essa viene meno anche l’opinione pubblica. L’informazione è come l’acqua. Qualcosa senza la quale verrebbe meno l’esistenza di tutti quanti noi”.

Più duro – e non poteva essere diversamente – l’intervento di Fabrizio d’ Esposito, che proprio dalla natia Piano di Sorrento ha preso il via la sua carriera di bravo e attento cronista. Il ddl  una “vendetta” secondo il giornalista, addirittura uno “sfizio di fine legislatura”, di un Parlamento che considera un fastidio, se non addirittura qualcosa di peggio, l’intrusione dei giornalisti. “Non è di certo colpa nostra” – conclude – se abbiamo etichettato come Casta il Palazzo e i suoi protagonisti. Non sono bei tempi questi per la politica del nostro paese”.

La “difesa” della politica spetta ai due senatori di PD e Pdl che a onor del vero hanno sempre manifestato la loro contrarietà all’emendamento Berselli. Lo sottolinea apertamente il collega di partito, Sen. Lauro che definisce la legge una “cattiva legge” e ribadisce come su tali tematiche non si possa legiferare in modo così facile a fine legislatura. Che occorra tempo, una analisi ed una riflessione attenta è quanto sottolineato nel suo intervento anche dalla senatrice Armato. “Legge vergogna, alla quale lunedì porremo rimedio. Lunedì dovrà chiudersi questa brutta pagina. L’informazione è un bene prezioso da tutelare”. Lo stesso senatore Lauro, intervenuto alla prima parte del convegno, moderato dai giornalisti Vincenzo Califano e Anna Laudati, aveva suggerito ai giornalisti la strada: “verità e trasparenza. Non siate né servi, ma neanche angeli vendicatori”. In questa prima parte tra i tanti interventi dei protagonisti, sottolineiamo le parole del giornalista de Il Mattino, corrispondente per la Penisola Sorrentina, Antonino Siniscalchi, che si rivolge ai tanti giovani “cronisti” presenti nella sala consiliare. “Siate obiettivi e sereni nel raccontare la realtà. La cronaca non è mistificazione”. In fondo il compito resta sempre lo stesso. Provare a raccontare. Nel rispetto delle regole. Ma quelle non le fanno i giornalisti. La politica dovrebbe svegliarsi. Per permetterci di continuare a fare il mestiere che tutti considerano il più bello del mondo.

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