Genova e le Cinque Terre, ma anche l’isola d’Elba e la Campania, sommerse da acqua e fango: si può ancora morire, nel 2011, per una pioggia? In un’Italia fragile, come costruire una “cultura della prevenzione”
(immagine tratta da video di youreporter.it ripreso da Tg3Linea Notte)
«Costruire una cultura della prevenzione non è facile. Mentre i costi per la prevenzione devono essere pagati nel presente, i benefici della prevenzione risiedono nel lontano futuro. Inoltre i benefici non sono visibili: essi sono i disastri che non sono avvenuti». Le parole dell’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, sono un accorato appello e allo stesso un monito di speranza. Le drammatiche immagini di Genova, sommersa da fango e acqua, e i simili disastri che hanno procurato vittime in Toscana e in Campania, sono ancora vive negli occhi di tutti. Davanti a noi c’è un’Italia, che si sbriciola. Piangiamo morti assurde, e ci spingiamo a proteggere i vivi. Ci si è domandati se quelle donne e quelle povere bambine riparate nell’androne di casa, o quel signore chiuso nell’abitacolo della sua autovettura che vede cadersi addosso un immenso pino, sono vittime o morti ammazzati, perché quello che colpisce, stupisce e addolora è che l’evento meteo, seppur violento, era ampiamente annunciato e forse si poteva prevedere qualcosa: un coprifuoco, invitare le persone a non mettersi in strada, allontanarsi dalle auto in sosta, chiudere le scuole. Troppo poco, forse inutile. È venuto il tempo di ripartire dalla prevenzione. Gian Antonio Stella sulla prima pagina de “il Corriere della Sera” suggerisce. «servirebbe un registro delle manutenzioni, un controllo capillare della qualità dei ponti, dei tombini e delle opere idrauliche. Un Paese civile si misura anche dalla capacità di tenere in ordine il proprio territorio: c’è poco da fare davanti a uno tsunami, ma il peggio, ci dice questo terribile autunno, non è mai alle spalle». Converrebbe ripartire proprio dalla PREVENZIONE. Ma come? In che modo? Strategie di prevenzione efficaci consentirebbero non solo di risparmiare decine di milioni di euro, ma di salvare decine e decine di vite umane. Tuttavia, costruire una cultura della prevenzione non è facile. In un paese come il nostro, abituato a declamare buoni propositi, a partire dalla Carta Costituzionale, e a negarli ciclicamente in modo altrettanto clamoroso, risulta tutto assai complesso. Terremoti, frane, inondazioni, disastri ambientali, ci ricordano periodicamente il “costo” umano ed economico delle nostre distrazioni e l’abbandono della cultura della “prevenzione” e della “manutenzione”, a partire dal patrimonio pubblico e dal territorio. Attività quotidiane, umili, di servizio, che non producono visibilità mediatica e che per questo sono spesso ignorate da amministratori pubblici, nazionali e locali, sempre più abituati a costruire il proprio “consenso” sul clamore di eventi, e non sempre coincidenti con gli interessi generali delle comunità che amministrano. Al punto tale che gli stessi disastri vengono sempre meno letti come severi moniti per le nostre negligenze e mancanze e sempre più visti come occasioni per costruire consenso e per cancellare l’evidenza pubblica nell’affidamento di appalti e servizi. L’Aquila, ahinoi, docet. In Italia la protezione ambientale del territorio è sostanzialmente affidata ai parchi e alle aree protette disciplinati dalla legge quadro 394/91. Dal primo libro bianco su “Parchi e Cultura”, presentato al pubblico da Federparchi e Federculture nel 2009, emerge che il territorio italiano sottoposto a tutela tramite parchi e aree protette si attesta intorno al 12%, contro una media UE del 18,4% e una punta del 59,4% della Germania che, come sarebbe auspicabile anche in Italia, ha posto sotto regime di protezione anche gran parte del territorio rurale. Ma il dato fotografa solo una parte del nostro deficit. In Italia, non solo sono percentualmente inferiori i territori protetti, ma anche laddove sono stati istituiti parchi e aree protette, si assiste senza porvi rimedio, al diffuso insorgere d’inerzie, conflitti istituzionali e lentezze burocratiche che ne impediscono il decollo. Per queste politiche non servono però commissari o procedure d’emergenza, ma competenze, rigore scientifico, senso di responsabilità e spirito di servizio nell’esercizio quotidiano del potere politico e amministrativo. Rigore e studio che dovrebbe trovare linfa vitale nelle scuole: oggi come oggi l’educazione ambientale (che almeno sulla carta è diventata materia obbligatoria all’interno della scuola dell’obbligo) sicuramente è un buon punto di partenza. Ma la scuola italiana non pare ancora pronta, con docenti non sempre formati adeguatamente a tale insegnamento. Si dovrebbe partire dal costruire una propria coscienza/cultura ambientale. Tutto questo dovrebbe portare a riflettere sulle nostre azioni, sul fatto che non possiamo perseguitare sulla strada dello sfruttamento incondizionato e indefinito delle risorse. Non possiamo più avanzare i nostri soli diritti, ma prestare più attenzione ai nostri doveri e alle nostre responsabilità, soprattutto nei confronti delle generazioni future: questo mondo è tanto nostro quanto loro. La popolazione non è preparata ad affrontare le emergenze. Non sa quali sono i comportamenti adeguati da assumere per evitare quanto più possibile i danni arrecati da un evento calamitoso. Anche l’informazione data dai mass media non aiuta. la TV tende a focalizzare l’attenzione sulle immagini più cruenti dell’evento: trasmettere ininterrottamente immagini di palazzi crollati o invasi dal fango, vuol dire lucrare sul dolore, e alimentare la paura. Bisogna convincersi che chiunque nel suo ambito può fare qualcosa. Non dobbiamo aspettare una politica che parta dall’alto per cominciare a muoverci o di imposizioni e sanzioni rigide dal punto di vista normativo. Fare qualcosa per il nostro ambiente è possibile anche con i scarsi mezzi a cui ha accesso un comune cittadino, tenendo conto che quanto fatto va a sommarsi a quello fatto da altri. Bisogna far nostra la cultura dell’autoprotezione, prendere coscienza dei rischi e delle problematiche ambientali, acquisire adeguati comportamenti per farvi fronte (quando non possono essere prevenuti), prenderci le nostre responsabilità nei confronti delle generazioni future rivedendo i nostri modelli e stili di vita, mutando il nostro rapporto e ruolo all’interno dell’ambiente. Prevenzione è conoscenza. Da qui occorre ripartire, per non essere “sommersi” da paure e incuria.
Biagio Verdicchio


