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Sono tanti i medici-scrittori nella storia della letteratura mondiale, a testimonianza dello stretto legame tra scienza e anima, esperienza e cultura. Scrive Nora Rosanigo, Presidente onorario dell’AMSI, l’Associazione Medici Scrittori Italiani: “Il medico scrittore è spontaneo nella creazione, libero nelle idee, a volte ingenuamente casto, con o senza illusioni, sempre personalmente conscio delle sue responsabilità, creativamente attivo qualunque sia la genesi della sua natura. A volte basta un solo verso, una breve frase scritta con serietà ed emozione per essere dichiarati poeti e scrittori. Cari amici, vi esorto a continuare a dare al mondo non solo ricette, con queste unite il cuore del vostro intelletto e le strade del mondo saranno più luminose”. Due illustri rappresentanti di questa categoria hanno presentato il loro libro d’esordio a Sorrento nel giro di una settimana, grazie al gruppo di animazione culturale Il caffè delle muse, guidato dal pediatra Carlo Alfaro e dall’architetto Marianna Scarpato: sabato 13, con il contributo dell’Assessore Maria Teresa De Angelis, la neuropsichiatra di Massa Lubrense Concetta Massa ha presentato il suo “La magia dentro”, al Comune di Sorrento, mentre domenica 21 ottobre allo Square bar di Piazza Angelina Lauro è toccato al simpatico e brillante dottor Giuseppe Iaquinta presentare il suo “L’asino alla Finestra e il vitello sul campanile – Rapsodia Lucana”. Due medici, due libri fortemente autobiografici e ricchi di vita e verità. Concetta ha incantato il pubblico con i racconti mutuati dalla sua esperienza clinica di studiosa della mente, dove le storie di vissuti conosciuti in prima persona attraverso il suo lavoro e la sua vita vengono rielaborati in una scrittura immediata e profonda, che fa sorridere e riflettere, piangere e sperare. Il testo finisce per diventare una sorta di diario di bordo dell’evoluzione interiore dell’autrice, attraverso la ricerca di un impercettibile filo conduttore tra gli eventi che la colpiscono ma mai travolgono, mediati dalla sua straordinaria sensibilità e potente capacità umana. La sua scrittura appare come un messaggio al mondo di pace, umanità e razionalità in un mondo che appare sopraffatto dal caos. Le storie vengono raccontate in prima persona con una tonalità ironica, leggera, accorata e commossa ma mai retorica e melodrammatica. Nell’intervista di Carlo Alfaro, l’autrice ha colpito il pubblico che gremiva la sala mettendosi a nudo sul suo percorso creativo e professionale, sul suo rapporto con il tempo, l’amore, i giovani, la fede, la famiglia, la vita. Attenzione e commozione durante le letture affidate alle coinvolgenti voci di Marianna Scarpato e Marco Cannavacciuolo, in cui hanno preso vita le anime strazianti di Giuliano lo psicopatico assassino, la nonna del bimbo gravemente ammalato e la sua fretta disperata, il ragazzo che si crede un cane, la mitica figura di zia Pia. Il romanzo di Iaquinta è invece la storia di un “viaggio”, prima di tutto fisico-il protagonista assieme ai suoi fratelli torna dopo quasi 50 anni nel paesino della Lucania, Vietri di Potenza, in cui avevano trascorso i primi anni della loro vita, con l’intento di ricomprare il piccolo terreno che i genitori erano stati costretti a vendere andando in cerca di fortuna a Napoli, quando lui aveva solo 8 anni- ma soprattutto nella memoria, in quanto alla”cronaca” della giornata, il “presente” – la trattativa con i proprietari- si alterna il tuffo nei ricordi del passato, che affiorano man mano riportando alla luce un mondo contadino che non c’è più, un mondo povero, ma genuino e solidale, pullulante di figure piene di calore umano. Si tratta, come scrive lo stesso autore, di una testimonianza di amore per il suo paese e per la sua gente di Vietri di Potenza. Il libro è un susseguirsi di ricordi di vita vissuta, di vita contadina: la vendemmia, la lavorazione della terra, la mietitura, le feste religiose con le processioni, le messe, la banda, le bancarelle, il rosario. E il piccolo “eroe” lucano, il protagonista da bambino, gioca con i Santi in processione, con l’argilla, ranocchie, gatti e granchi, con le pietre schiacciate, con gli ossi delle albicocche. Tutto il libro è raccontato con l’innocenza di un bambino; anche per questo il mondo che viene riportato alla luce in alcuni casi assume alcuni connotati favolistici, proprio perché i ricordi sono smussati, ammorbiditi e filtrati dagli occhi di chi non è stato ancora “contaminato” o “indurito” dalla vita. Anche il titolo ha questa connotazione: l’ asinello del titolo è quello che albergava nella stalla dei vicini, attigua alla casa del protagonista,  e che ogni sera si affacciava e partecipava alla discussione con ragli di approvazione o disapprovazione, mentre tutti erano riuniti intorno al camino, e il vitello sul campanile è un racconto lucano per bambini di quegli anni. Nell’intervista di Carlo Alfaro, l’autore si è confessato sul valore della vita rurale e il recupero dei valori fondanti della famiglia e del passato, vizi e virtù personali, passato e futuro, libri e crisi, tempo e progetti, Durante le letture affidate alle valide capacità attoriali di Diego Fabi e Marco Cannavacciuolo, il pubblico è stato immerso in mondo lontano, in un continuo gioco di rimandi tra passato e presente, tra infanzia ed età adulta, tra emozioni ed atmosfere diverse. Molto apprezzato anche il contributo critico del poeta-scrittore locale Domenico Palumbo.

Medici che scrivono col cuore libri che curano le ferite dell’anima, dunque.

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