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di Biagio Verdicchio

” Bello, quando sul mare si scontrano i venti

e la cupa vastità delle acque si turba,

guardare da terra il naufragio lontano:

non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina

ma la distanza da una simile sorte”

Non so se il Comandante Francesco Schettino, ora agli arresti domiciliari, avesse mai letto questi versi del De rerum natura di Lucrezio, o semmai troverà il tempo di leggerli. Il filosofo Hans Blumenberg, prendendone spunto, ci scrisse un libro, Naufragio con spettatore. Per Blumenberg l’esistenza stessa diventa nella modernità metafora di una scelta di campo: essere nomadi e avventurosi, a rischio del naufragio, appunto, o restare a riva, stanziali, spettatori dei naufragi altrui. Mi meraviglia, quasi mi sorprende quanti tra i miei amici hanno scelto la difficile vita di mare. Il cronista Sky, da stamattina , ogni mezz’ora ripete da Meta di Sorrento che “la Penisola Sorrentina ha donato alla marineria mondiale i suoi migliori uomini. Qui  ancora oggi una persona su due naviga”. Segnale inequivocabile di un marchio, che qui in zona ci contraddistingue tutti, e che da quattro giorni sembra essere diventato l’emblema del popolo italico, ritornato ad essere quel popolo di navigatori, come il ritornello ci ricorda ogni qual volta si parla di noi. Solo che stavolta le vesti umide, i copricapi sbiaditi dal sole sembriamo indossarli forzatamente,  per additare l’altro, per giudicare, per innalzarci tutti a saccenti in materia. La vicenda della Costa Concordia è realmente metafora di questo paese: non solo per i protagonisti in campo, quanto per l’intervento del popolo in materia. Divisi tra innocentisti e colpevolisti, come un tempo ci si divideva tra comunisti e democristiani, coppiani e bartaliani, guelfi e ghibellini. Oggi ci sentiamo più Schettino o De Falco? Capitani di “Costa Codardia” come l’ha ribattezzata ieri un superbo Maurizio Crozza o siamo forse Capitani Coraggiosi, alla Gregorio De Falco, che dalla Capitaneria di Porto ha intuito che qualcosa la sera del 13 gennaio proprio non andava nelle acque attorno l’Isola del Giglio. L’italiano medio è molto,troppo simile a Schettino, con le sue paue, le sue perplessità, le sue bugie, le sue ansie.  i suoi balbettii. Ecco l’italiano “Schettino” sogna di essere un De Falco, come qualcuno ha pure twittato sul social network, il problema è che i De Falco non sono poi degli extra-terrestri, o dei super eroi (Capitan America per continuare il filone). La sorpresa è far capire all’italiano  che dovere non fa rima con eroismo. Lo ha ripetuto lo stesso De Falco, ma forse non basta. Il calciatore del Gubbio Simone Farina  denuncia del tentativo di combine dell’ex compagno di squadra nelle giovanili della Roma, Alessandro Zamperini, che gli aveva offerto 200mila euro a fine settembre per corrompere portiere e difensori e combinare il risultato di Cesena-Gubbio di Tim Cup. Scoppiano gli elogi, fino all’invito in nazionale. Simone non ha fatto altro che il proprio dovere. I finanzieri che “braccano” Cortina prima e Portofino poi non fanno altro che il loro mestiere, prima ancora  che il proprio dovere.  L’illegalità, la superficialità, assurta a perfezione e normalità è un retaggio italiaco che dovremmo cominciare ad abbandonare.  Gregorio De Falco è il suo perentorio “vada a bordo cazzo!” non è un eroe quindi, è semplicemente un uomo che ha compiuto il proprio dovere, ma quanti sentendolo incalzare l’impaurito Schettino non hanno provato ad immaginarsi come lui? Non è un eroe Gregorio De Falco, come non lo erano Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Quest’ultimo soleva sempre dire: “Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell’esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell’amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere”. E questo che occorre in un paese sempre diviso, sempre pronto alla zuffa, quasi in balia delle onde, che spera di non naufragare.  Ma che non fa nulla per salvarsi, o che dal naufragio piuttosto si allontana, come recitava Lucrezio molti secoli fa.

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