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di Biagio Verdicchio.

Era il pomeriggio del 17 febbraio 1992. Mario Chiesa, ingegnere milanese, iscritto al Partito Socialista, ma senza eccelsi traguardi raggiunti, designato dall’allora sindaco meneghino Carlo Tognoli alla presidenza del benemerito Pio Albergo Trivulzio (vanto cittadino dell’assistenza sociale) ricevette nel suo elegante ufficio un modesto imprenditore, tale Luigi Magni, che con la sua impresa assicurava la pulizia dell’Istituto. Enrico Nascimbeni e il giornalista Antonio Pamparana descrissero in un libro (Le mani pulite n.d.r.) quell’incontro. “Ecco i soldi ingegnere” (Luigi Magni) “Solo sette milioni?” (Mario Chiesa) “Sì, non ho potuto mettere insieme la cifra intera, soprattutto così, in contanti.” “L’accordo però era…” “Lo so ingegnere, lo so. Porterò senz’altro gli altri sette.” Chiesa è in piedi, dietro la scrivania. Prende in mano 70 pezzi da 100 mila lire, apre un cassetto della scrivania e li butta dentro lestamente. Magni cerca di farlo parlare. Nella valigetta c’è una microtelecamera e sul risvolto della giacca ha una potente microspia. Passano pochi minuti. La porta si spalanca. Entrano il dottor Antonio Di Pietro, un pubblico ministero sconosciuto, 42 anni, ex poliziotto molisano, sanguigno e dal linguaggio colorito, il Capitano dei Carabinieri del gruppo investigatori del Nucleo-operativo Roberto Zuliani e altri tre agenti dell’Arma in borghese. Mario Chiesa, sorpreso, dirà “questi sette milioni sono miei”. Lo scaltro giovane magistrato gli risponderà “No, quelli sono soldi nostri”. Nasce così la valanga “Mani Pulite” che travolgerà un’intera classe dirigente politica italiana. Sarà la fine della Prima Repubblica. Da allora sono trascorsi vent’anni. si spalanca agli occhi degli inquirenti un sistema così efficiente e generalizzato di riscossione di tangenti su ogni transazione e concessione nella quale “il pubblico” fosse parte in causa. I protagonisti erano i partiti politici, che lucravano su tutto: appalti, progetti, permessi, forniture, approvazioni di leggi. Sul fatto che il sistema esistesse, non vi erano affatto dubbi; ma sul funzionamento di questo meccanismo così articolato e che consentiva ai partiti di allestire faraoniche campagne elettorali, gestire sedi, pagare collaboratori e funzionari, il tutto mentre gli stessi esponenti dichiaravano allo Stato redditi non di certo mastodontici, beh, questo non lo si riusciva ad immaginare. Dietro quel magistrato del sud, una squadra di “moschettieri” della legalità che in una Italia spaesata e sconvolta dai racconti dei telegiornali, provava a fare “pulizia”: Antonio Di Pietro appunto, e poi Gherardo Colombo, Pier Camillo Davigo e la loro guida, il Procuratore Capo di Milano Francesco Saverio Borrelli. Quell’ inchiesta, che portò al crollo dei dirigenti politici cittadini, regionali, nazionali di Dc, Psi, Pli, Pri, Psdi e che lambì anche il Pds (erede del Partito Comunista), mutò un’intera classe dirigente, e le elezioni politiche fissate soltanto due mesi dopo, portarono in parlamento deputati “zombie”, inquisiti o in qualche modo coinvolti, il tutto mentre una vera maggioranza non c’era e l’allora Presidente della Repubblica “il picconatore” Francesco Cossiga decise di dimettersi sei mesi prima della fine naturale del mandato. Emerse da questo fango la sola Lega Nord-Padania. Con questa dicitura avremmo imparato a conoscere ben presto il partito dei proclami secessionisti di Umberto Bossi & Co. Ma si sa, la storia spesso si riprende con gli interessi, certi lunghi e colpevoli silenzi di eventi. Quel 1992 non sarebbe finito – anacronisticamente – a febbraio. Difatti mentre le inchieste andavano avanti colpendo sempre più i vertici della politica (un nome su tutti, il leader dei socialisti Bettino Craxi) e alcuni dei coinvolti, sconvolti dal peso delle accuse piombate loro addosso, decidevano di farla finita (su tutti Renato Amorese, Sergio Moroni, il preside della Facoltà di farmacia di Napoli Antonio Vittoria, Giampaolo Zambeletti, industriale farmaceutico stimatissimo, il d.g. del Ministero delle Partecipazioni Statali Sergio Castellari, l’ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari suicida in carcere, e Raul Gardini imprenditore di successo conosciuto dagli italiani soprattutto per le imprese della sua barca in Coppa America, il Moro, che decise di spararsi un unico colpo di pistola alla tempia), il paese dovette fare i conti con il ritorno del cancro virulento e aspro della Mafia. L’omicidio (il 12 marzo) del braccio destro di Giulio Andreotti in Sicilia, l’eurodeputato Dc Salvo Lima, fu l’avvisaglia che il peggio doveva ancora venire. Cosa Nostra, turbata dalla sentenza del Maxiprocesso, con 360 condanne, 19 ergastoli da scontare in carceri di massima sicurezza, sequestro delle ricchezze accumulate con il sangue, cercava vendetta. E dalla politica, avrebbe mirato al cuore di chi quel cancro lo stava curando. Tra maggio e luglio Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vengono assassinati. Il paese sconvolto e stordito troverà comunque la forza di reagire. Questi i fatti, questa la freddezza cronologica di eventi che sono rimasti scolpiti nelle nostri menti. Il paese imparò ben presto a capire il significato di parole come avviso di garanzia, la differenza tra gip e pm, molti giovani invaderanno le facoltà di giurisprudenza, per seguire le orme dei magistrati che combattevano il malcostume latente. Il Corriere dello Sport – lo ricordo perché lo avevo affisso nella mia cameretta – dedicò un poster patinato proprio a Di Pietro. A fine di quell’anno, annovereremo Falcone e Borsellino sotto la voce di eroi. Loro malgrado. Passata da tempo l’onda emozionale, la storia sta provando a raccontare, oggi, quella febbrile stagione da punti di vista diversi. Dopo vent’anni, molti di quei personaggi sono scomparsi o hanno mutato veste, nuove figure sono emerse. Antonio Di Pietro, che dopo un anno di indagini abbandonò la magistratura, si tuffò in quella politica che lui stesso stava provando a “vestire di nuovo”, diventando leader di un partito da lui stesso creato, L’Italia dei Valori. La scena politica ha perso da poche settimane il Presidente della Repubblica di quegli anni convulsi. Quell’Oscar Luigi Scalfaro issato al Quirinale dai 700 kg di tritolo su cui era saltato Falcone, la moglie e gli uomini della scorta, che dai suoi 700 elettori, dopo settimane di fumata nera, in cui nessuna forza politica aveva provato ad esprimere un nome forte. Sulla scena politica apparve – un anno e mezzo più tardi – il nome di Silvio Berlusconi e di “Forza Italia”: è ancora troppo presto tracciare anche solo un bilancio di quella “discesa in campo”, già vecchia di 17 anni. La Mafia, sventrata dagli arresti di Riina, Brusca, Bagarella, i Graviano, Aglieri e Provenzano, ha cambiato tiro, proponendosi in settori nuovi come quello del riciclaggio, dei rifiuti, del traffico di stupefacenti, collusa ancora con le amministrazioni pubbliche, soprattutto al Nord Italia, come recenti inchieste raccontano. E allora di quella “primavera”, mai troppo sbocciata, che si sognava avesse portato con se moralizzazione e “pulizia” faccio mio il pensiero di Enrico Deaglio apparso su Il Venerdì de La Repubblica: “in occasione del ventennale, ricordiamo commossi il 1992, gli eroi uccisi, l’indignazione popolare, la società civile, l’anelito risorgimentale. E pazienza se corruzione e la mafia sono più forti di vent’anni fa ”.

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