Al box office è un vero successo. E così andare al cinema a vedere “Posti in piedi in paradiso” sembra un fatto del tutto normale. Tutti ne parlano e la curiosità cresce. Poi arrivi al cinema, ti accomodi in poltroncina col tuo gruppo d’amici e dopo due ore ne esci perplesso, pensieroso, in cerca di conforto. Non per il film in sè, ma per quello che il film vuole dire. Ti aspetti una commedia “leggera” e ti trovi invece una commedia “di cuore e di pancia”, che ti invita a riflettere. La vita e gli affetti al tempo della crisi: Carlo Verdone (regista-cosceneggiatore e attore), riesce con occhio attento a sagace a filmare la quotidianità di questi tempi tortuosi, analizzandoli dal punto di vista dei quarantenni-cinquantenni. Qui non ci sono giovani alla affannosa ricerca di prima occupazione. Qui ci sono i fallimenti, che vissuti da adulti, diventano forse più difficili da sopportare. Ne esce un quadro che, come dicevo, fa addirittura riflettere. Un giovane, forse, lo osserverebbe con occhio disincantato, un quarantenne con un pizzico di ansia in più. Nei crismi della classica commedia all’italiana, Verdone – come detto – centra l’obiettivo. Raccontare il quotidiano – la separazione o il divorzio, con conseguente perdita della casa, rimasta alla ex e ai figli, e di cui però si deve ancora pagare il mutuo, la necessità di trovarne e pagarne un’altra e l’obbligo di corrispondere l’assegno mensile alla prole – con attenzione e ironia, disincanto e apprensione. Lo fa mettendoci la faccia. Il suo Ulisse, produttore discografico un tempo di successo e adesso ridotto a gestire un negozietto di vinile e memorabilia rock, è il classico personaggio “verdoniano”, un pò bambino, molto sognatore, lotta con la realtà di vedere la figlia 17enne incinta, stessa età che aveva la sua ex-moglie, quando era incinta della figlia. Fulvio – Pierfrancesco Favino (instancabile e poliedrico, quanto ci piace nei ruoli “leggeri”) è il critico cinematografico di successo, che tradisce la giovane moglie (ma Nicoletta Romanoff un pò meno rigida,no?) con la figlia del direttore sfasciando la serenità familiare e “relegando” alla cronaca rosa di serie Z l’arguto cronista, vede smarrita la sua identità tra feste, party vipparoli e starlette che lo inseguono solo per raggiungere lo scopo della loro vita (Nadir Caselli, già vista in “Gioco da ragazze” di Matteo Rovere, ripropone un ruolo che le calza benissimo: sfrontata “arrampicatrice” in cerca – a tutti i costi – del successo e della fama). E poi Domenico (Marco Giallini, la vera sorpresa del film, vera faccia da attore della più classica commedia all’italiana un pò Sordi, un pò Gassman, molto Franco Fabrizi), il più cialtrone dei tre, un agente immobiliare col vizietto del gioco e delle troppe donne, che si ritrova con doppia famiglia da mantenere (menzione per Valentina D’Agostino, già vista ne “il giovane Montalbano”, ironicissima nel “piccolo” incontro – scontro con Giallini). Tre personaggi che si ritrovano a con-vivere insieme (e qui le risate più grasse di tutto il film), così diversi, così simili nell’analizzare la loro “miserabile vita” (e l’aggettivo miserabile lo ripete molto spesso Verdone. Quando lo stesso Ulisse, raggiunge Parigi per incontrare la figlia, quell’aggettivo tra le piazze e il lungo Senna sembra trovare definitvamente “casa” , richiamando il capolavoro di Victor Hugo). E nel gioco tra sgangherata quotidianità (“Ma come è possibile che al 20 del mese non abbiamo più un euro!!!” Sbraita Fulvio – Favino) e l’inevitabile contatto con le responsabilità da prendere (i guai familiari di Domenico, che arrotonda facendo l’accompagnatore di mature signore, con un figlio laureato con lode e una figlia che tra chirurgia plastica e taccheggio, gli creano molti grattacapi), si sviluppa l’amara seconda parte del film. Con un finale tipicamente da Verdone. Consolatorio, e con i dubbi che ti attanagliano all’uscita dalla sala. Lascio per ultimo un breve commento sulla figura femminile del film. Perchè se da un lato le tre “ex” sono solo di “contorno” e poco “pennellate” da Carlo Verdone, Micaela Ramazzotti (la “folle” cardiologa Gloria) irrompe sulla scena rappresentando da sola il senso stesso della pellicola. Disincanto e responsabilità. Stralunata, impacciata (non mi farei mai curare da lei, però un cardiologa bella come lei, ad avercene!!!) ,è lei che si invaghisce di Ulisse, è lei che salva un impenitente Domenico dall’abuso di certe pillolette blu, è lei che spinge lo stesso Ulisse a comprendere le scelta della giovane figlia-futura madre, di tenere il pargolo. Si ride, amaramente, e si pensa. Carlo vince la sua sfida. Nel puro stile della commedia all’Italiana, di cui il regista – attore è oggi tra i massimi interpreti.


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