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di Biagio Verdicchio

Vent’anni fa. Eppure l’attualità del suo messaggio, “non cedete alla cultura della morte e alla forza della violenza. Non abituatevi ad assistere impotenti al dilagare del crimine che mina alla base le strutture della società“, alla luce anche della sua beatificazione, lo scorso maggio, acquista oggi un significato ancora più profondo da promuovere. Giovanni Paolo II e la sua visita a Sorrento e Castellammare, quel discorso alla Fincantieri di Castellammare sa di moderno: “la politica non sempre e’ animata dalla dedizione al bene comune“. Vent’anni fa non mancavano i problemi che oggi sono addirittura ancora maggiori. Per questo conserva tutto il suo significato quell’invito che il beato Giovanni Paolo II fece nei capannoni del cantiere, e nell’arenile durante la Solenne Celebrazione Eucaristica. Dieci ore. Tanto durò quella visita, VI visita pastorale in Campania, tra il paradiso turistico di Sorrento e l’inferno di Castellammare, ferita dalla violenza e dal degrado.
Ad accogliere Papa Wojtyla e’ il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti. Al ministro, già responsabile più volte del Dicastero del Lavoro e allora agli Interni, il compito di tracciare il profilo di una terra ferita e martoriata dal crimine organizzato: “La camorra alza ogni giorno di piu’ il tiro perche’ vede crescere una forte volonta’ della gente di ribellarsi al dominio della violenza e del malaffare. Lo Stato e’ presente nel Sud e sta operando con molto rigore, ma c’e’ il rischio di una chiusura miope ed egoista dei cittadini del benessere di fronte al dovere di concorrere a mutare le condizioni di vita e lavoro nel Mezzogiorno“. Parole che lasciano Wojtyla silente, pronto a replicare soltanto all’arrivo a Castellammare, un paio d’ore dopo, sotto il grande capannone della Fincantieri, uno degli ultimi emblemi di quella che fu la “Stalingrado del Sud”, simbolo glorioso del lavoro e della produttività (da quei cantieri fu varata la nave scuola “Amerigo Vespucci”) della Provincia di Napoli, e oggi ridotta ad un “cimitero” di posti di lavoro. C’è un operaio ad accogliere il pontefice: Franco Avallone, 48 anni, tubista, sindacalista Cgil, che nel suo messaggio di saluto riassume i mali di Castellammare. Alla sua voce si unisce quelle di Franco Nobili, l’allora presidente dell’ Iri. “Ho ascoltato le vostre parole” – esordisce il Papa – “Penso alla criminalita’ organizzata che continua a mietere vittime, allo spettro della disoccupazione, agli aspetti del degrado urbano ed ecologico. Ma penso anche a una concezione della politica non sempre animata da quella forte dedizione al bene comune, che dovrebbe costituire il motivo stesso della politica e della vera democrazia”. Parole sferzanti, come quasi tutte quelle pronunciate da Karol il Grande in giro per il mondo. Parole che pero’ non negano la speranza. “Se tali fenomeni vanno rilevati con realismo, occorre al tempo stesso reagire con coraggio. Realismo e coraggio da dimostrare nell’ unita’ delle forze vive per opporsi in maniera organica alla camorra sanguinaria e a tutte le forme di criminalita’ e mafiosita’ che distruggono i valori umani sacrificando vite e beni all’ illecito guadagno”. Giovanni Paolo II, poi, si rivolge alle maestranze del cantiere. E il messaggio si fa ricordo, emozione, commozione: “Sono stato anch’io operaio, conosco la vostra vita. Voi occupate un posto di primaria importanza in questa strategia di rinnovamento. C’e’ una responsabilita’ alla quale nessuno puo’ sottrarsi, adducendo il pretesto che le strutture del peccato oltrepassano le forze dei singoli”. Responsabilita’ che riemergono quando il Pontefice affronta il tema della disoccupazione. “Dobbiamo riconoscere di essere di fronte ad una situazione preoccupante – dice Wojtyla – specialmente per l’ incidenza che viene ad avere sui fenomeni della devianza giovanile. Rivolgo percio’ un appello ai responsabili della cosa pubblica perche’ facciano quanto e’ in loro potere per la soluzione di cosi’ gravi problemi”. Giovanni Paolo II ricorda agli imprenditori locali,lo spirito dell’ enciclica “Centesimus annus” (“la proprieta’ si giustifica moralmente nel creare occasioni di lavoro e crescita umana”). E’ già pomeriggio quando il Papa è di nuovo sul palco, nell’ arenile della città stabiese, per la Santa Messa. Non a caso il papa ha parlato di lavoro e crescita: è il giorno in cui la Chiesa ricorda San Giuseppe. E nell’ omelia, l’appello conclusivo, terribilmente attuale, incredibilmente “moderno”: “Non cedete alla cultura della morte e alla forza della violenza. Non abituatevi ad assistere impotenti al dilagare del crimine che mina alla base le strutture della societa’ . Siate fiduciosi nell’ aiuto di Dio e coraggiosi nel combattere uniti contro il male”.

foto tratte da “Con il Papa incontro a Cristo”, 1993 – Eidos edizioni.

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