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di Biagio Verdicchio

Ho guardato con  molta attenzione la conferenza stampa promossa dai vertici Costa Crociera e andata in onda su tutte le reti nazionali a ora di pranzo. Ho letto negli  occhi del presidente e amministratore delegato di Costa Crociere Pierluigi Foschi e in quelli di Gianni Onorato direttore generale, una straordinaria umanità, una consapevolezza che, aldilà dei grandi numeri  («l’impatto diretto dei danni per la società è quantificabile al momento in 93 milioni di dollari», ha spiegato Foschi) , quel che sia stato realmente messo in ginocchio è il rapporto fiduciario. La fiducia che regge i rapporti umani e professionali tra membri dell’equipaggio e dirigenza e che poi regge a sua volta quello tra equipaggio e clienti. La disperazione dell’A.d. sconvolto fin quasi alle lacrime, è quella di un padre tradito, tradito da quello che nelle ultime ore sembra materializzarsi come un gioco folle, quello di avvicinarsi fin sotto la costa dell’isola toscana per compiaciere chi o cosa, non è dato sapere. La rete si infiamma e  travolge anche quel poco di dignità che ci portiamo dietro e che ci costruiamo in anni e anni  di sacirfici. Ho letto di tutto in pochissime ore. Gli epiteti rivolti al comandante sono irripetibili, ancor di più quando il paragone è fatto con la sua provenienza. La Penisola  Sorrentina (il comandante è di Meta) vanta fior di professionisti che come semplici mozzi o abili  e arditi capitani hanno solcato i mari di mezzo  mondo con professionalità, attenzione, coerenza, dedizione. Perchè un conto è chiedersi le ragioni del gesto, un altro è attaccare l’uomo. La mia non vuole essere una digressione filosofica sull’errare umano, ma sul pressapochismo italico, capace di vedere o tutto bianco o tutto nero, è questo mi preoccupa assai. Perchè il  comandante sarà stato pure uno sprovveduto, disattento a tutte le minime norme di sicurezza per un “inchino”, un omaggio a chissà cosa e a chissà chi,  ma da qui al dileggio gratuito peraltro, ce ne passa. Così come altrettanto imbarazzante è il comportamento di chi inneggia alla salvezza, la redenzione senza se e senza ma del comandante stesso. Due opposti che francamente si attraggono alla voce stupidità. Questa vicenda racchiude mille storie. C’è la sicura disperazione del comandante che dovrà – e giustamente – rispondere di gravi capi d’accusa. 6 morti, ancora 14 dispersi, senza contare il rischio  ambientale incombente su un’isola tra le più belle del Tirreno. Una disperazione che abbraccia la sua famiglia i suoi cari e credo anche la nostra terra. C’è il rapporto fiduciario perso con la compagnia, alla base – legalmente – di ogni licenziamento o interruzione di rapporto lavorativo. Su questi presupposti sembra sia stato chiaro l’A.d. e il d.g.  di Costa Crociere. C’è un mondo, quello del reparto crocieristico, in subbuglio, e in tempi di crisi non è certamente la miglior cosa che potesse capitare: un mondo non più d’elitè, ma di sicuro appeal, che dovrà fare i conti col più naturale dei sentimenti umani. La paura. C’è il dolore – internazionale – delle famiglie dei morti e dell’ansia di quelle dei dispersi; vi lascio solo immaginare che significa salutare un proprio caro in partenza per una vacanza e piangerlo poi in una bara. E c’è l’ambiente, vittima sacrificale e muta di questo tipo di tragedie. E come in una lenta litania, mentre si pianogno i  morti ci azzuffiamo sui vivi, sermoneggiamo sulla sicurezza e proviamo odio profondo per gesti – forse anche romantici – come il passaggio di una nave al largo del golfo di Sorrento, un lunedì pomeriggio d’estate. Forse da domani non sarà più così, ma adesso basta col vestirsi da inquisitori. Chi sbaglia paghi, perchè in queste ore a perdere siamo un pò tutti noi …

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