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A inizio anni novanta, l’ora di educazione civica, per noi giovani studenti di scuola media era un modo come un altro per fare poco o nulla. Non si capiva bene chi dovesse insegnarcela; e soprattutto come insegnarcela. Ricordo solo il libro di testo, sulla copertina un particolare dell'”Allegoria degli Effetti del Buon Governo in Città” di Ambrogio Lorenzetti, dal titolo emblematico ed efficace “Cittadini”. Lo risfoglio ora a distanza di quasi vent’anni, perchè sapevo, o meglio ricordavo l’esistenza di una fotografia in particolare. Nel capitolo dedicato ai partiti e movimenti politici, dopo un ampio excursus storico, c’era la foto di un raduno della Lega Lombarda. Una intera valle invasa di coloriti sostenitori in canotta verde con elmo, scudo e spada d’ordinanza. A fianco il paragrafetto sul caso  “Lega “. Sorrido. E mi accorgo di quanto efffimere siano le stagioni della vita. Un movimento, locale, nato per caso, radicato sul territorio, capace in pochi anni di rubare la scena ai partiti allora maggioritari. La Milano da bere degli anni ottanta, sede dei pezzi forti del Partito Socialista, in breve passò nelle mani della Lega, così come decine di amministrazioni comunali, provinciali in Veneto e nell’operaio e rosso Piemonte. Colorito era anche il suo leader, il “Senatur” Umberto Bossi, che da giovane aveva tentato  la carriera di cantautore (semifinalista a Castrocaro!) capace, più di ogni altri di fiutare il momento giusto, Tangentopoli e la crisi dei grandi partiti tradizionali, per esplodere definitivamente. Un’esplosione positiva, si intende, fatta di voti, tanti, da consegnare all’alleato – homo novus – Silvio Berlusconi. Oggi quel modo di fare politica, a colpi di “Ce l’ho duro” e “Roma Ladrona”, di canotte e Sole delle Alpi, di ampolline e secessione, di cappi e tricolori da usare a mò di carta igienica, è caduto. Colpa della realtà. Semplicemente. Hai voglia a sognare la Padania, quando poi sono i soldi a contare. Hai voglia a proclamare che olte un immaginario Rubicone, ci sia una classe dirigente pappona e arrivista, quando poi gli stessi appellativi valgono per i tuoi stretti collaboratori e per i componenti della tua famiglia. La cosa pegggiore, a mio avviso, nel mondo della politica è quello di essere colpiti sui propri ideali, sui proclami, che nel caso della Lega non erano mai frutto di studiate campagne mediatiche, ma semplicemente di realtà. Indro Montanelli, in un articolo su Oggi, datato 1998, così definiva il movimento leghista e il leader:

“Bossi secondo me vuole realmente la secessione e può contare su un gregge (non trovo, per i suoi seguaci, definizione più appropriata) costituito da una formidabile forza di lavoro e di impresa, con una cultura da terza elementare e poche probabilità di passare alla quarta. io, lo sai, non sono di quelli che scrivono la parola “cultura” con la C maiuscola, e quando la pronunciano cadono, o fingono di cadere, in ginocchio. Ma, per fare qualcosa che somigli a una classe dirigente, mi pare che almeno un diploma di scuola media anche in Padania ci voglia e ho l’impressione che Bossi non abbia da distribuirne, a cominciare da se stesso .”

La “verginità” perduta dalla Lega ora scuote l’intero mondo della politica nazionale. Un movimento convinto delle proprie idee, con una base che stufa degli intrallazzi romani seguiva solo il suo leader nelle mille battaglie contro il malgoverno centrale. Ma una volta entrati nella stanza dei bottoni, non tanto lui, il Senatùr, colpito nel 2004 da un brutto ictus, quanto il cd. gruppo dei fedelissimi, ha cominciato a litigare e annusare l’aria fresca del potere. Litigi che però si ricompattavano sempre attorno alla figura di Bossi, che ha tenuto le redini del Partito anche dopo la malattia. Fino a ieri, quando il mare di fango (misto a soldi) ha coperto tutto quanto da lui costruito. A tradirlo, in queste ore di “passione” in via Bellerio, un tesoriere maldestro e un figlio vorace. Per Bossi farsi da parte è restata l’unica strada da percorrere … Anziano, malato e tradito dai suoi stessi “amici”. Fine peggiore il padre del “celodurismo” non poteva neanche immaginare. In una delle sue “Stanze”, sempre Indro Montanelli (ottobre del 1997) si augurava almeno che Bossi non faccia – in un futuro che lo storico giornalista immaginava comunque lontanissimo  – la fine di un comune leader politico:

“Piuttosto che imboccare strade nuove e rischiose, i leader politici spesso preferiscono appassire insieme con i loro partiti. Ci sarà sempre qualcuno che ogni mattina, gli dirà “Buongiorno segretario!” e loro saranno felici. Ecco: mi auguro che Bossi ci risparmi questo spettacolo. Non lo dico per lui. Lo dico per noi”

Dietro gli ossequi quotidiani della sua “corte”, si ordiva il peggiore degli inganni. I ladroni la Lega li aveva in casa, anzi a casa Bossi. E il saccheggio avveniva col denaro dei contribuenti. Per salvare la sua creatura, l’unica cosa riuscitagli meglio (ci permettiamo di dire alla luce di questo pasticciaccio brutto), Bossi ci ha riparmiato lo spettacolo della “poltrona a tutti i costi”. Come un novello Cesare, non gli è rimasto che sospirare: “Tu quoque, Renzo, fili mi”.

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