di Biagio VerdicchioVANESSA, CARLOTTA E L’OCCHIO LUNGO DELLA TV – Nella finale di specialità nella ginnastica artistica femminile, ci sono Vanessa Ferrari (che finirà terza nel corpo libero col punteggio di 14.900, lo stesso della russa Mustafina ma senza aggiudicarsi il bronzo. Vanessa, pur avendo un valore più grande di difficoltà tecnica nei confronti dell’avversaria, 6.200 contro 5.900, è quarta perché il regolamento privilegia l’esecuzione: 8.700 contro 9.000) e Carlotta Ferlito. Entrambe fnno parte della squadra che qualche giorno prima avevano concluso settime la finale a squadre. Quello di Vanessa Ferrari, Erika Fasana, Giorgia Campana, Carlotta Ferlito e Elisabetta Preziosa è stato un risultato storico. Le ultime due ragazze, sono state protagoniste per una intera stagione televisive di “Ginnaste-vite parlallele” (MTV) reality che mescolava la vita comune di ragazze con la passione per la ginnastica, al duro sacrificio di ore ed ore di palestra. Qualcuno ha storto il naso: la tv, nei luoghi sacri dello sport. Un reality preadolescenziale costruito tra attrezzi, palestre, dolore e fatiche di giovani atlete. oggi una delle due ragazze, sarà impegnata nella finale singola. Carlotta Ferlito, 17enne catanese, ha superato per notorietà l’altra finalista azzurra, la 22enne Vanessa Ferrari, che di reality non ha vissuto, pur essendo entrambi figlie di una generazione il cui tempo è scandito da quello televisivo, senza distinzione alcuna tra realtà e finzione. Ed eccole, entrambe contro, come da sadico gioco giornalistico. Vanessa plurivincente ma colpita da una serie di infortuni. Silenziosa e attenta. E Carlotta, protagonista di spot in tv e sulla stampa, inseparabile dal suo sartphone, “twittatrice” esperta, faccia pulita e sbarazzina di una rinascita dello sport italiano che cerca altre vie, altre strade per rigenerarsi. Così giovani eppure già così lontane. Si dice che le iscrizioni ai corsi di ginnastica siano aumentate, merito del reality si sussurra. Un tempo la pallavolo spopolava grazie a un cartone animato giapponese, Mila e Shiro. Oggi i reality sono l’ancora di salvataggio, di un mondo, quello dello sport, che potrebbe forse aggrapparsi ad altri attrezzi. Quegli stessi attrezzi sono oggi lo strumento con cui Vanessa e Carlotta tentano di vincere le gare. Che economicamente avranno meno valore di una ospitata ad un reality, ma con un gusto più dolce, dopo le fatiche di anni ed anni di allenamento.
LA VITTORIA PIU’ BELLA DI KAYLA HARRISON NON E’ STATA SUL TATAMI – A quella brutta storia Kayla Harrison, non vuole pensare più. “È una cosa che mi è successa, ma non è quello a definire la mia identità”. E in testa, in tutti questi anni, ha avuto un solo obiettivo: “le olimpiadi di Londra 2012”. Il 2 agosto 2012, Kayla Harrison, 22 anni è scesa sul tatami e ha conquistato per gli Stati Uniti la prima, storica medaglia d’oro, nel Judo (cat.78 kg). Una medaglia che scaccia non solo lo zero nella casella degli allori in questa disciplina per gli States, ma anche, per lei, incubi ben più gravi. La vittoria più grande per Kayla è quella di essere riuscita a fare judo dopo esser salita sul banco dei testimoni, per raccontare che cosa le aveva fatto l’uomo che per otto anni era stato il suo allenatore. Kayla Harrison è stata infatti oggetto delle violenze di Daniel Doyle, il cui padre possedeva la scuola di judo in Ohio dove Kayla ha cominciato ad allenarsi. Tutto questo quando aveva tra i 14 e 16 anni. Harrison aveva confidato le violenze ad un amico judoka, che ha riferito tutto a sua madre, che immediatamente ha allertato la polizia. Il tecnico si è dichiarato colpevole di avere avuto rapporti con la piccola allieva e in un’occasione ha anche ammesso di aver videoregistrato uno di questi abusi. “Non riesco a descrivere come mi sentivo”, ha detto la giovane judoka, ancora provata, al Los Angeles Times. “Piangevo quasi ogni sera” racconta. Daniel Doyle, “l’orco del tatami” sta ora scontando una pena di 10 anni di reclusione. Ancora sotto shock, Kayla viene mandata dalla madre a Wakefield, nel Massachusetts, ad allenarsi con Jimmy Pedro Jr., bronzo olimpico nel 1996 e nel 2004. “Era davvero a pezzi” ha confidato Pedro Jr al Boston Herald. Il duro lavoro ha però allontanato Kyla da pensieri cattivi e concentrandosi solo sul tatami, sulle gare e gli allenamenti, ha vinto la sua sfida. L’oro conquistato sembra quasi un dettaglio. La vita ci regala spesso soddisfazioni ben più grandi.
IMBOLTIBILE –“Un atleta in corsa è una scultura in movimento”. Edwin Corley Moses (due medaglie d’oro nei 400 metri ostacoli ai Giochi olimpici del 1976 e del 1984). Cos’altro aggiungere per definire Usain Bolt e le sue meraviglie? Cos’altro del resto potremmo riuscire a pensare noi, comuni mortali, in 9″63, tanti (?) i secondi che sono bastati al talento giamaicano per percorrere 100 metri? Credo nulla …. Ma neppure nulla riuscuremmo a supporre in 19″32, il tempo sui 200 mt. …. e neanche nei 36.84, record del mondo della staffetta, in cui lui è stato l’ultimo, prezioso, frazionista. Ci affidiamo alle parole di un grande atleta del passato, e forse è ancora troppo poco per descrivere la grandezza del re della velocità.
LE LACRIME E LA SAGGEZZA DI TANIA – “In tutte le lacrime indugia una speranza”. (Simone de Beauvoir). La speranza è rivederla lì, nuovamente su un trampolino, pronta a guardare in basso e a non pensare più a nulla. Generazioni di sportivi, sentendo la parola tuffi, esclama: “Cagnotto“. E Tania, figlia del grande Giorgio, di emozioni e successi ne ha regalati molti. E’ sfumata solo la soddisfazioni del podio olimpico. Sfumata per venti centesimi, solo venti maledetti centesimi dalla messicana Laura Sanchez Soto, autrice di un’ottima prestazione, sì, ma non ai livelli della nostra Tania. Giudizio che non convince, ma su cui non si può affatto obiettare. E alla fine sono state lacrime. Lacrime che hanno fatto in breve tempo il giro del mondo. Perché di atleti che perdono le medaglie all’ultima tornata ce ne sono tanti, ma quando tocca a chi è scritto che quella medaglia debba vincerla … beh, fa male davvero. Ma non fanno di certo male le sue parole, amara constatazione che forse dopo tanti successi in Europa e nel mondo, i Giochi “non fanno per me”. No, Tania, non se la prende con i giudici, non inveisce, consapevole che puoi fare il miglior carpiato assoluto, ma è sempre un uomo che ti giudica. Le lacrime e la saggezza di Tania, sono il più bello spot di questi Giochi.
LA VITA DIFFICILE DI HOPE SOLO – Hanno vinto di nuovo. 2-1 al Giappone. Quattro ori in cinque edizioni del torneo femminile di calcio. Gli Stati uniti come nessun’altra formazione al mondo. Chissà se l’appellativo di “Dream Team” non sia blasfemia. E in porta Hope Solo. “Speranza Solitaria”. Non una semplice giocatrice. Un simbolo. Di vita e di sport. Hope non avrebbe mai pensato di fare il portiere. E’ nata in carcere Hope, suo padre, l’italoamericano Johnny Solo veterano del Vietnam, era detenuto nella prigione di Walla Walla. Così è chiamata da guardie e detenuti la galera di Washington. Appropriazione indebita o qualcosa di simile. Cresciuta poi a Richland, nello stato di Washington, a un miglio dal sito nucleare di Hanford, Hope era la classica “ragazza di campagna”, con atteggiamenti un pò da maschiaccio, che adorava catturare più rane e serpenti lungo i letti dei fiumi Yakima e Columbia, che pettinare le bambole. E forte doveva esserlo per forza se i suoi genitori divorziano quando aveva solo 6 anni e il padre si mette a vivere per le strade di Seattle o nei boschi fuori città. Proprio su una panchina rivede il padre, molti anni dopo e comincia a costruire un legame che lei stessa definisce forte e indissolubile. “Ho sempre avuto uno rapporto molto particolare con mio padre. “Era l’uomo più felice che io abbia mai conosciuto. Gli piaceva la vita semplice. Non ha mai giudicato un’altra persona. Il suo cuore era puro. ” Solo ha sempre rifiutato di descrivere il padre come “senzatetto”. “Era un italiano che è cresciuto nel Bronx”, dice. “Ha sempre avuto quel senso di strada. Ha scelto di vivere nei boschi. E gli è piaciuto”. Erano spiriti affini. Hanno condiviso un profondo amore per lo sport, quando lei quasi per caso, sostituendo un campagno infortunato, si è ritrovata portiere in una squadra di calcio. Erano rimasti vicini nel corso degli anni, attraverso le lettere settimanali che si scfambiavano insieme al fratello Marcus. Soltanto quando si è trasferita a Seattle per il college, lei e suo padre hanno fisicamente ristabilito il loro rapporto. Hope paga di tasca propria il biglietto a papà Johnny perché, dallo stato di Washington sul Pacifico, venga a vederla giocare a New York. Attraverso il duro lavoro e mille sacrifici, forse anche per dimenticare un’infanzia così turbolenta, Solo è diventato il numero uno della squadra femminile degli Stati Uniti, soppiantando Briana Scurry, 35 anni, che con gli Stati Uniti ha vinto la Coppa del Mondo 1999, e nel 1996 e 2004 medaglie d’oro olimpiche . “La Hope è il giocatore più completo che abbia mai visto nel calcio femminile,” afferma Phil Wheddon, preparatore dei portieri degli Stati Uniti. “Sicura nelle uscite. Legge molto bene gli attacchi avversari. E questo è di conforto per i difensori”. La scalata verso il successo non è stato però affatto facile, come la sua vita del resto. “Ho più volte pensato che stavo inseguendo un sogno sfuggente” – ha dichiarato in numerose interviste, oscurata dalla Scurry e relegata spesso in panchina per punizione, mentre le compagne la rimandavano a casa da sola in aereo su un altro volo. Si trasferisce a Goteborg, in Svezia, a giocare in uno dei campionati di calcio professionistici femminili più importanti del mondo. Per 10 mesi, ha giocato due partite a settimana. “A quel punto non mi interessava più quello che la gente pensava di me. Ho pensato solo a giocare a calcio meglio. E stavo giocando per me”. La Scurry decide di lasciare. E’ il 2006. Da allora la Hope diventa la n°1 degli Stati Uniti. Copertine dei giornali, talk show e reality televisivi, moda e pubblicità, da martedì pure una biografia. Le si apre davanti un mondo che pensava lontanissimo. E lei ci sguazza senza atteggiamenti da diva. Le sue affermazioni fanno sempre notizia, sia quando critica qualche collega, sia quando afferma che al villaggio olimpico si fa sesso…e volentieri. Johnny è morto nel 2007, un anno prima del primo trionfo da titolare Usa ai giochi di Pechino. Le sue ceneri le ha sparse nello Yankee Stadium. Mai banale, Hope. La speranza è davvero più forte di qualsiasi dolore.
TAEKWONDO, QUANDO CALCI E PUGNI SONO UNA FILOSOFIA – Ricordo di un compagno di scuola che faceva taekwondo. Erano gli anni del liceo, e nella sua palestra in Penisola Sorrentina si praticava questa disciplina che sarebbe da tradursi come l’ “arte dei pugni e dei calci in volo”. E’ l’arte marziale coreana (e sport nazionale in Corea del Sud) e dopo due “esibizioni” olimpiche a Seul e Barcellona (a Seul 1988 argento per Luigi D’Oriano e a Barcellona 1992 bronzo per Domenico D’Alise) è diventata disciplina olimpica solo nel 2008, a Pechino. Ricordo che ne parlava entusiasta. Non era nè Karate nè judo, e neppure pugilato. Eppure con le prime due ha in comune la grande famiglia delle arti marziali, con l’ultimo l’uso delle mani e dei pugni. Difatti “Tae” sono i colpi di piedi dati facendo dei salti e colpi di piedi dati dall’alto verso il basso; “Kwon” sono le mani, i pugni, che servono a colpire, spingere, toccare in attacco e in difesa “Do” è l’attitudine filosofica, lo spirito. Il Taekwondo permette dunque di indurire il corpo, di fortificare lo spirito, di sviluppare la forza mentale e di accumulare l’energia. E’ un’arte marziale che aiuta ad acquisire le tecniche di autocontrollo, di concentrazione fisica e mentale. In Corea del Sud fa parte pienamente dell’educazione dei piccoli coreani. Quasi tutti i ragazzini coreani fanno del Taekwondo dalla più giovane età (5 anni) e smettono generalmente quando sono cintura nera, per consacrarsi pienamente ai propri studi. Il Taekwondo fornisce, insomma, rigore, disciplina, combattività, spiritualità, autocontrollo. In Italia è nel Sud del nostro paese che ha trovato radici fertili. E se Mauro Sarmiento, nostro corregionale (originario di Casoria) è entrato, con l’argento di Pechino e il Bronzo di Londra, nella storia dell’intero movimento come primo plurimedagliato e precursore, ieri Carlo Molfetta con la sua grinta, la “danza” dei movimenti e l’efficacia dei suoi colpi, ha consacrato a livello mondiale l’intero movimento azzurro. La forza di sport che arrivano così da lontano e che ti accorgi essere anni luce diversi da quelli di massa, nella nostra realtà occidentale, è facilmente riconoscibile. Il rispetto per l’arbitro e per i giudici, l’inchino all’avversario prima e dopo l’incontro, il rispetto dei tecnici nel chiedere eventualmente il replay di una concitata e complessa azione, attraverso gesti di cortesia, rispetto che un pò fanno sorridere, ma che sono figlie di una filosofia.La filosofia del Tae Kwon Do. L’allenamento per la coordinazione mente-corpo è un modo per entrare in armonia con se stessi attraverso lo sviluppo dell’individuo lungo la via, quel “Do” che significa cammino verso un’arte che si sceglie di seguire. Una visione che trae le sue origini dalla filosofia buddista il cui concetto fondamentale è rappresentato dall’eterno dualismo yin e yang delle antiche arti cinesi ovvero all’equilibrio di due forze opposte e complementari. Se, ad esempio, un avversario si saprà dimostrare aggressivo, il difensore dovrà, invece, procedere con cedevolezza; in questo modo si sfrutterà l’energia negativa dell’aggressore a proprio favore, trasformando ciò che era duro all’inizio in morbido e permettendo all’energia di rigenerarsi come un cerchio che si chiude. Ecco che anche il Tae Kwon Do rivela il suo processo di evoluzione dualistica: duro e morbido, lineare e circolare, fisico e mentale. L’oro di Carlo Molfetta, va dunque ben al di là dei confini immediati e ristretti del combattimento fra uomini. Un qualcosa che forse de Coubertin neppure immaginava di inserire nel suo “sogno olimpico”, ma di sicuro non avrebbe mai detto di no.


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