Lui è Woody Allen, Lei è Roma, la Città Eterna, la Caput Mundi dell’arte e della cultura mondiale. Loro sono gli italiani, guardati con l’occhio critico, criptico ed ironico del regista statunitense che omaggia un paese, l’italia, e, in particolare Roma che non ha mai nascosto di adorare. Lo scenario che si apre dinanzi allo spettatore di To Rome with Love è inizialmente confuso, quasi il regista voglia giocare con la sua pazienza, punzecchiandolo per attirare ancora di più la sua attenzione su qualsiasi particolare della sua creatura, fino a far nascere questo interrogativo nella sua mente: dove Woody vuole andare a parare?
Perché il cervellotico e cerebrale regista fa trasudare di significati e significanti qualsiasi scena a noi proposta. Un cast incredibile di attori tricolore, prende per mano lo spettatore e lo porta a girovagare tra le 4 storie raccontate, che si intrecciano, si snodano, vivono e muoiono tra le strade, le vie, i monumenti, le rovine dell’ Urbe. Tante, troppe cose in questo film, che l’istrionico Woody confeziona apparentemente con una ingenua superficialità, come uno di quei regalini che seppur all’apparenza insignificanti e poco costosi, non possono poi che farci piacere, e rivelarci di essere una chiave che apre un lucchetto della nostra anima, e ci permette di interrogarci sulla nostra di vita. Perché la Roma dove si perde la provinciale Alessandra Mastronardi e dove un Alec Baldwin in grande spolvero dispensa consigli su vita e amore, sono dei veri e propri colpi al cuore. Roma bellissima, sognante e romantica coi caldi colori del tramonto e quelli splendenti del mattino, t’infonde serenità e voglia di lasciarti andare, il pensare viene rimandato a dopo. Woody ci inebria e in sala si sprofonda nelle poltroncine a programmare, quasi d’istinto, la prossima visita alla capitale.In primo piano gli stereotipi italici colti da un americano oramai cittadino del mondo: un architetto americano molto noto rivive la sua gioventù, un borghese romano qualunque che all’improvviso si trova ad essere la massima celebrità di Roma (Roberto Benigni), una giovane coppia provinciale caduta in un vortice di incontri romanici separati non voluti, ma forse attirati, una Penelope Cruz, ironica e sexy; un regista americano di opera (lo stesso Woody Allen) che tenta di far salire sul palcoscenico un impresario di pompe funebri cantante, volente o nolente, per pura soddisfazione personale e per sentirsi ancora vivo, e partecipa della Vita che vive. Ma attenzione, se è pur vero che l’esasperazione di un modello come quello dell’italiano che canta da dio solo sotto la doccia è portato agli estremi dal regista newyorkese, il Benigni maschera surreale perfetta del famoso “per il solo essere famoso”, è una visione tutta di Allen che andrebbe bene per un italiano come per qualsiasi altro cittadino del mondo, perché alla fine successo e fama sono cibo di cui verremmo sfamarci tutti quotidianamente. Una critica alla società odierna dove si ondeggia tra rimpianto e rimorso? Un’esaltazione alla bellezza che ormai dimentichiamo, portati dal tram tram della vita? Un canto per quelle emozioni, come il corteggiamento e l’Amore, che tutti desideriamo? Woody Allen, sembra quasi, che dia una parte anche allo spettatore, che alla fine della visione, risponde alla domanda che lo ha attanagliato dalle prime note della colonna sonora: lo spettatore diventa attore dei suoi personalissimi pensieri, e dà ancora di più un espressione e senso a ciò che ha appena visto. Cartoline, fotogrammi, personaggi di vita che ricordano involontariamente le maschere portate sullo schermo da Federico Fellini. Forse con un pizzico di leggerezza in più e senza presunzione di piacere per forza. E questo, ad un genio come Woody Allen, lo si perdona volentieri.



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