29 maggio 1997, minuto 118° della finale di ritorno Coppa Italia. Di fronte Vicenza e Napoli. Nei 90 minuti i biancorossi di Guidolin azzerarono il labile vantaggio partenopeo siglato all’andata al San Paolo da un gol dell'”avvocato” Fabio Pecchia. Tutto sembrava andare nella logica dei calci di rigori, ma … Maledetto minuto 118 … Maurizio Rossi siglava il vantaggio veneto, bissato due minuti dopo da una cavalcata della “meteora” Iannuzzi. 3 – 0. Vicenza campione, una provinciale con la coccarda tricolore al petto, Guidolin esaltato come l’allenatore del momento, mentre il Napoli non avrebbe mai immaginato che quella sconfitta sarebbe stata il preludio ad una stagione, quella successiva, che l’avrebbe condannata alla Serie B dopo 33 anni ininterrotti di serie A coronati da due scudetti e trionfi in Italia e in Europa rimasti nei cuori dei focosi tifosi azzurri. Oggi, 21 maggio 2012, il giorno dopo la sbornia di una Coppa Italia finalmente vinta, 22 anni dopo l’ultimo trofeo alzato al cielo (supercoppa italiana 1990), di quel dannato maggio 1997 nessuno ha quasi più memoria. Quella sconfitta e la successiva discesa in serie B hanno rappresentato il canto del cigno di una storia sportiva eccezionale. Il club azzurro ritornò in Serie A nel 2000, per poi retrocedere nuovamente dopo appena un anno. I cambiamenti societari, con l’alternarsi ai vertici degli imprenditori Giorgio Corbelli e Salvatore Naldi, regalarono solo amarezza, facendo restare il club nel guado della Serie B. Alla crisi di risultati si aggiunse quella finanziaria, che portò nell’estate del 2004 al fallimento del club ed alla conseguente perdita del titolo sportivo.Il resto è storia presente, viva, pulsante. Aurelio De Laurentiis alla presidenza, Walter Mazzarri alla guida tecnica, su quella panca che aveva visto succedersi Ventura, Reja e Donadoni, prima del tenace mister livornese. Il resto è un gruppo di ragazzi straordinari. Menzione d’onore a Gianluca Grava eroe romantico del Napoli di serie C, che aveva calcato i campi di Martina Franca e Lanciano prima di meritare, giustamente, il palcoscenico d’onore della Champion’s League. Quella sera di maggio del 1997 Hamsik, Lavezzi e Cavani erano poco più che adolescenti. Oggi sono loro, con le loro storie, con i loro gol e le loro giocate ad aver scritto la stroia recente – e vincente – di questo club. Nel 1997 Paolo Cannavaro finiva la trafila delle giovanili azzurre, l’anno dopo avrebbe esordito 17enne in serie A, quella serie A conclusa con soli 14 punti, ricordata per i 4 allenatori cambiati e per le lacrime di Taglialatela consolato da Fabio Cannavaro, il fratello maggiore che lasciò Napoli per Parma, e che proprio i gialloblu condannarono in quella stagione, matematicamente, alla retrocessione. Ieri notte all’Olimpico di Roma Paolo Cannavaro ha alzato al cielo la Coppa Italia, lo ha fatto da capitano-napoletano, cosa che successe solo ad Antonio Juliano, in un’epoca lontanissima del calcio italiano, fatta di magliette di lana e sbiadite immagini in bianco e nero. Nel 1997 Pecchia e Caccia componevano l’attacco azzuurro. Senza nulla togliere al loro talento, da due anni i tre tenori azzurri hanno reso alla città e al club la passione di un tempo…Sono tre scugnizzi così dannatamente diversi fra loro. Il freddo slovacco dalla cresta (ora rasata) oramai imitata da migliaia di ragazzi; il religioso uruguaiano, capelli al vento e micidiale killer d’area, e l’argentino dal capo chino, forse il più napoletano dei tre, sarà solo per quella naturale vena che lega Napoli a Buenos Aires da decenni. Di quello che sarà il mercato e i presumibili addii e gli annunciati arrivi, a noi poco importa. Importa capire che, come una Coppa sfumata decretò la fine di un’era, oggi è una Coppa vinta a segnare l’inizio di una nuova epoca. Fortemente tinta d’azzurro.



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